Un omicidio forse ti salverà la vita!

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Oggi ti voglio raccontare qualcosa di diverso dal solito. Non ti aiuterà a fare business, ma potrebbe esserti estremamente utile in caso di pericolo.

Ma procediamo con ordine…
Il 13 marzo 1964 un omicidio, descritto con dovizia di particolari dal New York Times, sconvolge l’America.
Kitty Genovese, la giovane donna della foto, venne brutalmente aggredita ed accoltellata in strada mentre stava tornando a casa dal lavoro nel Queens, un quartiere di New York.

A generare tanto clamore in una città che ha ispirato molte serie di telefilm polizieschi fu il fatto che l’aggressione fisica durò, a più riprese, oltre mezz’ora durante la quale ben 38 persone, tra cui alcuni vicini di casa, assistettero al dramma senza fare nulla.

La ragazza chiese disperatamente aiuto più volte, fino al tragico epilogo, ma nessuno sembrò preoccuparsene: neppure una semplice telefonata giunse al centralino della polizia.

Due psicologi, Darley e Latané, si interessarono del caso e decisero di indagare le dinamiche che si erano venute a creare: le loro scoperte rivoluzioneranno le conoscenze su come si comportano le persone in situazioni simili.

Darley e Latané condussero una lunga serie di esperimenti in laboratorio. I soggetti sperimentali, scelti a caso, erano naturalmente all’oscuro del reale oggetto dell’indagine.

In un primo esperimento i candidati venivano condotti in una sala dove dovevano compilare un questionario. Improvvisamente da una porta chiusa cominciava a fuoriuscire del fumo. Quando il candidato era solo, dopo pochi secondi usciva dalla stanza ed avvisava il ricercatore. Ma la cosa curiosa che osservarono fu il comportamento nel caso in cui erano presenti altri partecipanti. Ognuno guardava gli altri cercando di capire cosa stesse succedendo e siccome i complici dello sperimentatore continuavano a concentrarsi sul questionario, anche il soggetto sperimentale seppur preoccupato, non si decideva ad uscire dalla stanza.

La stessa cosa accadde in un secondo esperimento. In questo caso, degli studenti chiusi in stanze separate, dovevano parlare a turno della propria vita universitaria tramite un interfono. All’inizio del dialogo, un complice dello sperimentatore dichiarava di soffrire di epilessia e nel corso dell’esperimento simulava una crisi. Ancora una volta, quando il soggetto sperimentale era l’unico testimone “dell’emergenza medica”, immediatamente usciva a chiedere aiuto. Quando c’erano altri complici che continuavano nell’esperimento, la “cavia” impiegava parecchi minuti prima di decidersi ad uscire a chiedere aiuto.

Darley e Latanè riuscirono a dare una spiegazione al comportamento apparentemente cinico e menefreghista riscontrato ogni volta che succedono casi come questi e prontamente amplificato dai mass media.

  1. Ignoranza pluralistica. In situazioni poco chiare, le persone ricercano nel comportamento degli altri presenti le informazioni per interpretare la situazione e agire di conseguenza (prova sociale). Ma se tutti si comportano così, nessuno agisce.
    Scendi dall’autobus e trovi un ragazzo disteso per terra. Sta male? E’ ubriaco? “Sta facendo lo stupido”? Per cercare di capirlo osservi le altre persone e noti che non stanno facendo nulla…anzi proseguono a passo sostenuto per la loro strada. E’ assai probabile che anche tu ti comporterai in modo analogo…
  2. Diffusione di responsabilità. Quando la situazione diventa chiara e non sono possibili fraintendimenti, ogni persona si domanda se tocca a lei intervenire. Tipicamente la risposta che le persone si danno è negativa: ritengono che debbano essere gli altri ad agire!

Dunque, paradossalmente, è più probabile essere soccorsi in una strada dove è presente una sola persona che in Piazza del Duomo a Milano nell’ora di punta!

Il consiglio che mi auguro non ti serva mai è che in caso di necessità devi essere specifico e diretto.

Il famoso psicologo Robert Cialdini, in base ai risultati di numerosi esperimenti, consiglia di isolare un individuo dalla folla chiamandolo in causa direttamente:

Lei signore con la valigetta, chiami subito un’ambulanza: sto male!”

Dire semplicemente “sto male, chiamate un’ambulanza” o peggio dire semplicemente che si sta male può non essere sufficiente per ottenere un pronto aiuto.

 

Fonti:

  • Robert Cialdini, “Le armi della persuasione”, 1989, Giunti Editore
  • Facoltà di Psicologia – Appunti del corso di psicologia sociale – Università di Padova AA 2015-2016
  • D’Urso, Giusberti, “Esperimenti di Psicologia”, 1991, Zanichelli
  • Hogg, Vaughan, “Psicologia Sociale. Teorie e applicazioni”, 2012, Pearson
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PierAngelo Suardi

Nato a Milano nel lontano 1970. Una Laurea in economia aziendale in Bocconi presa tanti anni fa e attualmente studente in Psicologia presso l'Università di Padova. Sono stato imprenditore, consulente e dipendente; lavoro nel mondo del business in Internet dal 1997. Sono inoltre appassionato di fotografia.

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